Dalle macchine alle persone

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Dalle macchine alle persone

maria francescaLa passione per le materie scientifiche e la tecnologia, ma anche quella per le persone, i rapporti umani e, non ultimo, per un ambiente da proteggere con convinzione.

Maria Francesca Capovilla è tutto questo. E poi è gioia ed entusiasmo. Un’iniezione di energia, come quella di cui si è occupata al Lacor. E un’energia tutta particolare, che si rinnova.

“L’attività umana che ci porta beneficio dev’essere sostenibile: deve prendersi cura dell’ambiente che la ospita”. E’ il pensiero di fondo radicato nelle scelte di Maria Francesca che, dopo il liceo scientifico, sceglie Ingegneria Energetica. Un modo per approfondire la tecnologia che la affascina senza mai dimenticare i risvolti sociali. I primi tre anni fanno però percepire una mancanza. L’attenzione quasi esclusiva alle macchine rischia di essere arida, di trascurare il lato umano, quelle relazioni che per Maria Francesca sono altrettanto essenziali. L’intuizione è di coniugare le due strade dopo la laurea triennale: ecco allora la scelta di completare il percorso nell’ambito del gruppo di lavoro che si occupa di cooperazione e sviluppo sostenibile. Il programma, al Politecnico di Milano, è guidato dalla docente Emanuela Colombo che ha la cattedra in Energia per lo sviluppo sostenibile.

Qui Maria Francesca trova, oltre all’argomento della sua tesi, una risposta al desiderio di mettere insieme il tecnico e l’umano, le macchine e le relazioni.

E va al Lacor per due mesi. Innanzitutto come osservatrice, come fotografa dell’esistente in materia di energia, ma anche di riciclo. Insieme a Mattia Colombo, compagno di tesi e di esperienza, supervisionati dal correlatore di tesi Gabriele Cassetti, i due giovani fanno da apripista. Seguiranno infatti il loro esempio altri laureandi del Politecnico.

“Ci siamo concentrati sul sistema elettrico composto da rete, generatori e pannelli fotovoltaici, effettuando una valutazione di ciò che era già presente e ipotizzando come ottimizzarlo”.

Un’esperienza fatta di incontri. “C’erano altri volontari con cui abbiamo legato molto, come Laura (Alberghina, fisioterapista, ndr) e Massimo (Mapelli, medico, ndr)”. Un’esperienza di flessibilità e capacità di adattamento. “I tempi e l’organizzazione sono profondamente diversi rispetto a ciò a cui siamo abituati. Le priorità non sono le stesse. Per noi italiani, che andiamo al Lacor qualche mese, essere lì è quasi un lusso, sicuramente una scelta fatta con spirito solidaristico e l’idea di ‘fare la nostra parte’. Per gli ugandesi è un impiego quotidiano”. Cultura, approccio e tempi di lavoro sono così distanti da lasciare, all’inizio, disorientati. “Poi però si rallenta, si assapora, ci si accorge che nelle nostre vite c’è tanto di superfluo”.

Oggi Maria Francesca lavora per una multinazionale. Le dinamiche sono molto diverse, ma il bagaglio di esperienza tecnica che sta acquisendo è certamente importante. E chissà, un domani potrebbe nuovamente essere messo al servizio del Lacor.

 

 

 

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