Eleonora: una neonatologa al Lacor

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Eleonora: una neonatologa al Lacor

eleonora jpg_Page1Eleonora è neonatologa nella terapia intensiva neonatale dell’ospedale di Reggio Emilia, ma è soprattutto una cittadina del mondo, guarda lontano a culture che sembrano distanti. E le sente vicine. Tanto da sperimentare il bisogno di entrare in contatto, incontrare persone, conoscere, tentando di capire un’umanità così variegata. La prima volta è stato il Brasile, poi l’India, e infine, più volte, l’Africa, Uganda. E’ appena rientrata dopo la quarta esperienza al Lacor.

Dopo tanto esplorare è convinta: “troppo spesso abbiamo la tendenza a voler esportare la nostra cultura, le nostre conquiste, mentre credo che ci voglia più rispetto e umiltà nel relazionarsi e incontrare persone e culture che hanno un cammino e una dimensione diversa”.

E continua: “non è semplice: viene spontaneo riproporre le proprie modalità pensando che siano le migliori sia dal punto di vita umano che sanitario. Il Lacor è un bell’esempio di come si possa arrivare a lasciar gestire la sanità, ma anche altri ambiti, alle persone del luogo”.

Ma quali sono queste modalità così spiccatamente diverse? “Una sorta di aggressività, la nostra, dettata dall’urgenza del vivere tutto, subito e adesso. A confronto con tempi più dilatati, ritmi meno pressanti. L’Occidentale che arriva in un ospedale africano è frustrato dalla lentezza. Ma non c’è un giusto o uno sbagliato: è una modalità diversa di affrontare la vita”.

Non solo: chi arriva spesso è amareggiato per la mancanza di strumenti. Una mancanza dovuta alla scarsità di risorse. E’ vero, se si guarda solo al proprio piccolo pezzo, sembra che a mancare siano un dispositivo o una medicina che in Italia costano pochissimo. Sembra impossibile non riuscire a ottenerli. E’ solo vedendo l’ospedale nella sua interezza che si comprende che strumento su strumento, farmaco su farmaco, l’entità della somma diventa insostenbile per quel contesto.

Siamo nel 2011 quando Eleonora Balestri va al Lacor per sei mesi, durante la specializzazione in pediatria.

Dopo la prima esperienza tornerà al Lacor altre tre volte: in veste di formatrice. Ci racconta: “il continuo miglioramento della qualità dell’assistenza attraverso corsi fa parte dello stile di quest’ospedale. Ho allora messo le mie competenze a disposizione, concordando una formazione specifica in rianimazione neonatale in caso di asfissia durante il parto, con un primo corso nel 2014, un secondo nel 2015 e un terzo, che si è da poco concluso”.

L’intervento più importante per aiutare i nuovi nati che hanno difficoltà nell’iniziare i primi atti respiratori è la ventilazione. Questa, per essere effettuata correttamente, richiede strumenti a basso costo e competenze di base. Solo una piccolissima parte di neonati ha bisogno di interventi rianimatori più avanzati con attrezzature particolari e competenze più specifiche. “Per questo la rianimazione neonatale rappresenta uno strumento sostenibile e attuabile anche nei paesi a risorse limitate”.

L’ultimo corso si è appena tenuto. Era focalizzato sulla formazione di quattro operatori ugandesi: due pediatri e due infermiere, la caposala del reparto di ostetricia e un’infermiera che insegna nella scuola per ostetriche.

A loro volta questi quattro operatori hanno formato, sotto la supervisione di Eleonora, una quarantina di altri sanitari.

L’obiettivo è dare continuità alla formazione perché le manovre di rianimazione neonatale, trasmesse a livello locale in autonomia e applicate al meglio, riescano a cambiare la storia dei neonati che ne hanno bisogno.

“Passione, coinvolgimento, dedizione. Sono le caratteristiche che ho apprezzato in questi giorni in coloro che hanno seguito il corso”, spiega Eleonora. “Insieme a Giovanna Russo Spena, collega di Napoli che come me era già stata al Lacor sei mesi durante la sua specializzazione, abbiamo adattato le più recenti linee guida internazionali alla realtà locale e sottolineato alcuni aspetti in cui avevamo rilevato una maggiore carenza. Un esempio: il fattore tempo è fondamentale. Oltre a scaldare il bambino e mantenerne la temperatura corporea, è indispensabile che respiri bene. La ventilazione, con un semplice strumento costituito da una sorta di palloncino attaccato a una mascherina, deve cominciare entro sessanta secondi. Una simulazione effettuata con un cronometro, che rende conto del tempo che passa, è rimasta molto impressa.

Non è stato immediato, per Eleonora, trovare il suo ruolo come formatrice in Africa.

“Dopo la prima esperienza ero arrabbiata, amareggiata. Mi era capitato più volte di sentirmi totalmente impotente. Di fronte ad alcuni casi, sapere che in Italia avresti potuto avere strumenti e medicine per fare la differenza tra la vita e la morte è molto frustrante”.

Eleonora, dopo quel primo soggiorno, è rientrata in Italia con tanti interrogativi. All’inizio non pensava che sarebbe tornata in Africa. Elaborare le emozioni, lasciarle sedimentare e ritrovare un equilibrio non è stato semplice. Ognuno ha la sua strategia: quella di Eleonora è il cammino, la strada. Ogni anno compie esperienze di cammino in solitudine e in condizioni estreme. “La strada è una metafora della vita, camminare ti ridà il tempo giusto, il tempo dell’uomo. Nel silenzio i pensieri e le emozioni si sedimentano. E ritrovi equilibrio e serenità. Quell’anno feci dieci giorni di cammino e riflessione in un’area desertica della Sicilia. Mi è servito a mettere ordine nelle mie emozioni.

La morte, così come la nascita e la vita fanno parte della storia di ogni uomo, di un percorso naturale che ha un inizio e una fine. Noi occidentali facciamo di tutto per annullare quest’evento, negarlo, allontanarlo, tentare ad ogni costo di eliminarlo. Un evento che però continua a esistere. Il modo di accettarlo, a cui ho più volte assistito, è un grande insegnamento di vita”.

Eleonora non è la prima e non sarà l’ultima dei medici che vanno in Africa pensando di fare la differenza e si scontrano con un contesto e una cultura così diverse da lasciare, in principio, una profonda amarezza. Ma chi rimane e chi torna fa un passo avanti: realizza che l’impotenza sui singoli casi è compensata da un aiuto più ampio e determinante.

Un aiuto che, se anche non si rivela risolutivo per il singolo caso, fa parte della soluzione del problema di fondo: formare e accompagnare il personale ugandese perché possa offrire servizi sanitari a chi ne ha bisogno. E’ questa la forza del Lacor.

Eleonora questo passo l’ha compiuto: ritrovando la motivazione per fare qualcosa che fosse utile al contesto.

E’ nato così il progetto dei corsi di rianimazione neonatale che l’ha riportata in nord Uganda per ben tre volte.

 

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