Il mio caffè delle 11

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Il mio caffè delle 11

guerrieromod1Massimiliano Guerriero, 43 anni, anatomopatologo, nella primavera del 2014 si rende disponibile per partecipare alle missioni di Associazione Patologi Oltre Frontiera (APOF). Da quell’anno la Dott.ssa Karin Schurfeld lo coinvolge nelle missioni del progetto Lacor.

Massimiliano svolge ogni anno una missione di due o tre settimane di intenso lavoro: in Uganda sono registrati all’Ordine Nazionale dei Medici meno di 50 patologi (per 37 milioni di abitanti!) e quasi tutti lavorano nella capitale Kampala. Patologi Oltre Frontiere, organizzazione che realizza programmi di medicina preventiva e di diagnostica oncologica nel Sud del mondo, da molti anni collabora con il Lacor Hospital promuovendo, trovando e coordinando gli specialisti che offrono questo servizio essenziale per il nord Uganda. Come Massimiliano, la maggior parte dei professionisti generosamente devolvono le proprie vacanze per poter svolgere queste missioni, il cui costo è sostenuto da Fondazione Corti, mentre la Dott.ssa Iva Bovani svolge missioni di diversi mesi perché, dichiara, “sono in pensione e lavorare al Lacor mi piace, mi ci trovo bene”.

La generosa attività di Massimiliano non termina con la sua partenza dall’Uganda: in Italia si trasforma, grazie anche alla validissima collaborazione di sua moglie Cinzia, in “lavoro” di divulgazione e promozione del Lacor.

E proprio dal Lacor, dove sta concludendo la sua missione, Massimiliano ha voluto condividere con noi questa bella testimonianza.

” Anche questo settembre, per il terzo anno di seguito, sono al Lacor Hospital con Patologi Oltre Frontiera per fare diagnosi istologiche.

Sono una persona molto costante e così cerco, nei limiti del possibile, di conservare le mie piccole abitudini anche quando sono qui. Ci sono alcune cose a cui non posso rinunciare, come le mie piccole corse nei dintorni e la tazza di caffè, almeno tre volte al giorno.

 Il caffè delle 11 per me è “sacro”.
 In Italia, come arrivano le 11 esco dal mio dipartimento di anatomia patologica e vado al bar dell’ospedale. Mentre molti colleghi lo prendono in dipartimento, io preferisco attraversare tutto l’Ospedale. È un momento molto bello, mi piace sentire l’odore del caffè o dei cornetti appena sfornati, e magari incontro qualche collega di altri reparti per due chiacchiere o anche solo per un saluto.
 Anche qui a Lacor alle 11 vado a prendere un caffè, ma è tutto molto diverso. La mattina presto le signore della Guest House preparano, con delle grandissime caffettiere moka, tanto caffè con cui riempiono un grande thermos che mantiene il caffè caldo fino al pomeriggio.
Anche oggi alle undici, mentre i due bravi tecnici Lawrence e Michael preparano nuovi vetrini di tessuti da farmi analizzare, esco per la pausa caffè. Mentre cammino lungo il corridoio che circonda il primo piano dell’edificio dove si trova il mio laboratorio, il mio sguardo si posa su tutte le persone, saranno più di 100, che nello spiazzo antistante la sottostante Pediatria aspettano seduti per terra che i propri bambini ricoverati siano visitati dai medici. Intanto un’infermiera tiene lezioni di educazione sanitaria (come lavarsi le mani, perché usare il sapone, come vengono trasmesse le principali infezioni e come proteggersi da esse). Che differenza con il mio ospedale in Italia a Campobasso, dalle cui finestre si vede il bosco, a volte un camion che scarica materiale per la farmacia e dove incontro, sul tragitto, non più di venti persone in attesa davanti alla diabetologia.

Qui al Lacor, davanti all’ingresso del Laboratorio Analisi che sta di fianco al mio laboratorio di istopatologia, alcune persone dormono per terra: magari vengono da lontano e aspettano i risultati delle loro analisi. Aspetteranno finché sarà necessario, intanto riposano.
Ovunque, all’interno dell’Ospedale, vedo i panni dei malati o dei loro parenti, lavati qui e stesi ad asciugare sulle ringhiere o sulle piante nei cortili.
Per arrivare alla Guest House devo attraversare la strada che passa tra i padiglioni di maternità e chirurgia: incontro tantissime persone, soprattutto donne dagli abiti coloratissimi. Molte hanno lo sguardo preoccupato, qualcuna mi saluta, tutti mi guardano e spesso, mentre passo, abbassano lo sguardo.
Attira la mia attenzione un neonato molto piccolo, avrà pochi giorni di vita. La madre, seduta per terra, lo sta lavando in una bacinella ma lui piange disperato. Lei con pazienza e garbo continua a lavarlo, poche gocce alla volta, e intanto cerca di tranquillizzarlo.
Nella sala da pranzo della Guest House apro il thermos e mi verso una tazza di caffè. Come è differente questo caffè dal mio espresso al bar dell’Ospedale a Campobasso. Ha un sapore diverso, completamente diverso. Un po’ mi ricorda mia nonna, che alla fine dei pranzi faceva il caffè per tutti in una grande moka. Ma qui il sapore va oltre il caffè, è un sapore fatto di persone che ho incontrato, delle loro storie che ho immaginato, degli sguardi preoccupati, dei colori dei vestiti e della pazienza delle mamme.

Ok, la pausa è terminata, devo tornare a lavorare in Laboratorio.”

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