Da Napoli a Gulu con amore

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Da Napoli a Gulu con amore

francesca foto provaA Francesca manca l’Africa. Le mancano il sole, i sorrisi, il calore umano. Quel sentirsi bene che ha provato negli otto mesi in cui si è fermata al Lacor. Tanto che ora progetta di tornarci, magari in agosto.

Otto mesi. Per la sua specializzazione in pediatria, con indirizzo in infettivologia.

Il suo progetto nasce dal legame storico tra l’Università Federico II di Napoli e questo scampolo di terra d’Africa.

“Le motivazioni della scelta sono state molte”, racconta Francesca Basile: “la prima era di carattere pratico: infettivologia e malattie tropicali costituiscono una parte importante della mia formazione”. Poi è stato amore a prima vista. “La prima volta che sono stata al Lacor ho visto come si lavorava, l’ambiente così strutturato, organizzato, con una gerarchia ospedaliera funzionale. Me ne sono innamorata. Anche questo ha inciso sulla mia scelta, oltre al desiderio di recarmi in un luogo così diverso dal punto di vista sociale e culturale. E di mettermi alla prova”.

La prima impressione di Francesca è stata il calore dell’accoglienza. “Non è scontato che si trovi il tempo di essere amichevoli e incoraggianti con chi arriva da fuori”, confida. “Relazionarsi con i pazienti in una lingua sconosciuta ha un impatto forte; la presenza dei colleghi ugandesi è stata fondamentale: sempre disponibili e gentili, mi hanno fatto sentire del gruppo fin dal primo istante. Mi sono sentita parte di una famiglia, di qualcosa di più grande”.

La fatica maggiore? Accettare una serie di sconfitte professionali. “Per noi il concetto di morte è lontano e astratto e ha un’accezione negativa. Nei nostri ospedali, per uno specializzando, incontrare la morte è un evento molto raro e se accade si tratta di bambini con storie di malattie incurabili.

Quando sei al Lacor l’unico aspetto forse davvero negativo è che perdi pazienti sapendo che, con altri strumenti, disponibili nelle nostre ricche economie, avrebbero molte possibilità in più.

La frustrazione di non poter fare nulla è molto forte, ma è compensata dalla sensazione di gioia pura che provi quando arriva un bambino che sta molto male, l’emoglobina bassissima, e il giorno dopo è in piedi felice perché hai trovato il sangue per una trasfusione”.

Al Lacor Francesca ha lavorato soprattutto nell’ambito della malnutrizione: “con i pediatri locali abbiamo fatto un po’ di ricerca e raccolta dati.  La malnutrizione colpisce oltre un terzo della popolazione infantile e complica malattie come la malaria o l’infezione da HIV”.

Un tempo, durante la guerra, quando la maggior parte delle famiglie era sfollata nei campi profughi dove non poteva coltivare, il problema era molto più diffuso; oggi riguarda soprattutto i bambini denutriti delle famiglie più povere e si aggrava quando la malnutrizione si aggiunge a malattie come cardiopatie, infezioni croniche, problemi neurologici. “In questi casi”, spiega Francesca, “dobbiamo stabilizzare i bambini dal punto di vista nutrizionale e poi fornire terapie adeguate per la malattia di base”.

Francesca ha portato a casa tanta esperienza: “quando sei in corsia fai tutto. Devi accendere il cervello: occuparti di problemi cardiologici o neurologici per cui in Italia chiameresti lo specialista”.  Ha visto malaria, HIV, tubercolosi, innumerevoli parassitosi intestinali, anemia falciforme e linfomi di Burkitt. Ora le manca ancora un anno e mezzo del percorso di specializzazione. “Vorrei continuare nell’ambito della salute globale, approfondire alcune competenze di pediatria tropicale e poi tornare al Lacor”.

Da quando è rientrata in Italia, in gennaio, è stata catapultata in un ambiente molto più frenetico e concitato.

“Porti con te la consapevolezza di quanto si riesca a produrre in termini di buona sanità e assistenza con così poco. Riesci a fare diagnosi senza avere la TAC o la risonanza magnetica; sperimenti la necessità di fare il massimo con il cervello acceso, senza chiamare il consulente alla prima difficoltà. Ti rendi conto che un esame obiettivo molto dettagliato può dire molto; è un insegnamento che qui dimentichiamo spesso.

Da un momento all’altro avevi smesso di vivere nella quotidianità a cui sei abituato: ti sei immerso in situazioni molto diverse, una parentesi definita rispetto alla tua vita”, confida Francesca: “è come se tu avessi vissuto in una bolla gigantesca. Poi torni e trovi freddo e fretta. E provi una forte nostalgia per le persone che hai conosciuto e con cui hai lavorato otto mesi spalla a spalla.

Ti manca anche chi in quei mesi è passato dalla guest house dell’ospedale dove vivevi.  Ti mancano i colleghi di pediatria, gli studenti di medicina che come te stanno facendo un’esperienza formativa, ma anche i farmacisti, gli ingegneri, le persone con le loro storie, il loro passato e la loro voglia di mettersi in gioco. In questi mesi ne sono passati tanti: dal Canada, da Milano, da Pavia. A volte erano chirurghi pediatrici di Surgery for Children con il loro gruppo di anestesisti, infermieri, riabilitatori; oppure studenti di medicina tropicale o medici dell’Associazione Patologi Oltre Frontiera che si alternano tenendo in piedi il servizio di patologia del Lacor.

Un universo di umanità attratto come una calamita dalla storia d’amore di Piero e Lucille per questa gente d’Africa.

 

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